LINK*siena nasce nel 1995 come UDU Siena ad opera di un gruppo di studenti convinti che l'istruzione fosse un diritto di tutti ed un bene comune da difendere. Da quei semplici principi sono ancora mosse le nostre iniziative svolte nelle piazze e negli organi universitari attraverso l'opera di rappresentanza studentesca. L'ultima battaglia che ci ha visti protagonisti è stata quella sulla difesa del diritto allo studio, in quel frangente studenti di tutto l'ateneo hanno risposto al nostro appello-resistente e sostenendo i volantinaggi, le manifestazioni e le assemblee nelle residenze hanno fatto si che un migliaio di studenti potesse continuare a studiare a Siena grazie al mantenimento delle borse di studio. Questa battaglia di libertà e uguaglianza può esser considerata il nostro manifesto, la nostra idea di fare rappresentanza sindacale negli organi dell'ateneo e nelle piazze. Le nostre numerose iniziative non si "riducono" ad una mera difesa dei diritti dello studente, infatti, concerti, mostre e cineforum rappresentano alcune delle attività che organizziamo durante tutto l'anno accademico presso la nostra sede e nelle facoltà, spindi dall'idea che i nuovi ritmi precarizzanti devono essere spezzati da momenti ricreativi e culturali. La precarietà, infatti, negli ultimi anni sta letteralmente disgregando quella complessa rete di diritti conquistati in anni di lotte da studenti e lavoratori, arrivando anche a colpire il sistema universitario alle sue fondamenta, trasformando lo studente da elemento pensante in "macchina macina crediti". Presso il circolo ARCI Amistade che è la nostra sede in via Cecco Angiolieri 51, (posto di tutti per tutti, spazio libero e libertario) dove si svolgono le attività e le riunioni settimanali dell'associazione potrai se ne hai voglia approfondire le tematiche qui brevemente elencate e partecipare alla costruzione di una università libera laica e democratica.

Lettera al Rettore

Caro Rettore,

noi studenti, come membri di questa Comunità accademica, Le scriviamo perchè sentiamo il dovere di esprimerci in merito alla questione del salario accessorio. Sebbene l’aggettivo accessorio faccia pensare a qualcosa di opzionale,vogliamo subito evidenziare che invece si tratta di una parte intergrante della retribuzione dovuta al personale tecnico e amministrativo. Siamo molto critici nei confronti dell’ammistrazione proprio rispetto alla gestione di questa situazione ed in generale delle relazioni sindacali. La mancata costituzione del fondo per il salario accessorio comporta una minore retribuzione rispetto alle attività svolte dai lavoratori del nostro Ateneo: basti pensare a chi fa un turno di notte o nel peggiore dei casi a chi quotidianamente espone la propria salute al rischio chimico nei laboratori dell’Università.

Troviamo innaccetabile che sia stato interrotto il tavolo della contrattazione sindacale, poichè è impensabile gestire un’amministrazione come quella dell’Università di Siena senza la collaborazione del PTA e senza il rispetto dei loro diritti.

Siamo, per altro, consapevoli che l’erogazione dei servizi di cui usufruiamo dipenda dal lavoro di questi ultimi e che con questa gestione, il reale ed evidente rischio è che tali servizi si basino su un equilibrio altamente precario. È lampante l’ assenza di una visione organica che abbia come scopo quello di garantire stabilmente l’apertura delle biblioteche, il funzionamento delle segreterie e dei centri servizi. Ad esempio, un caso che si trascina da troppo tempo è quello della facoltà di Lettere e Filosofia, con una segreteria studenti sottodimensionata rispetto al carico di lavoro che deve affrontare e ciò comporta moltissimi disagi: ritardi nelle pratiche e nella registrazione degli esami, riduzione degli orari di sportello e della possibilità di ricevere supporto ed informazioni.

Gli errori di questa amministrazione si sono palesati ancora nella situazione di San Miniato, dove la struttura non è adeguata al numero degli iscritti, dove le aule non sono sufficienti, mancano le sale studio, il numero dei laboratori è troppo ridotto in rapporto agli studenti che lì dovrebbero seguire i corsi. È altresì evidente che proprio in questa situazione abbiamo potuto a tal motivo verificare una totale incapacità di azione da parte Sua e di tuttal’amministrazione, con scelte che molto spesso sono state casuali e ampiamente discutibili. Anche il bilancio consuntivo mostra l’insufficienza dei fondi messi a disposizione per l’edilizia universitaria, mettendo in luce l’assenza di un progetto spazi all’altezza delle esigenze di questo Ateneo.

È evidente che questo si concilia bene con una gestione fin qui praticamente assente e lontana dalle richieste reali degli studenti e dei lavoratori, quante volte questa amministrazione ha potuto verificare, confrontandosi con il corpo accademico, le priorità di questo nostro Ateneo? Quante volte Lei, o chi per la Sua persona, ha accettato un confronto più ampio, partecipato e democratico? Finanche nella gestione della nuova governance, si è palesato una evidente volontà di esautorare il dialogo e di sfinirlo con inutili contrapposizioni, senza che Lei abbia mai ritenuto necessario o opportuno alcun reale confronto nella costruzione della nuova Università. Basti pensare a come è stata gestita la vicenda dello Statuto e dei Regolamenti,  in cui Lei in totale solitudine e lontano dal più ampio e condiviso confronto, ha preferito riscrivere le più importanti norme del nostro Ateneo, senza che ritenesse minimamente opportuno un reale confronto e senza una reale volontà di intraprendere un percorso democratico che avvenisse durante la stesura di questi importanti documenti, rilegando il nostro ruolo di rappresentanza alla semplice presa visione del Suo operato e senza alcuna possibilità di incidere.

È questa la sua idea di discontinutà rispetto al passato? Per questo motivo oggi sono in gioco le più elementari e basilari regole di democrazia e di partecipazione, in gioco ci sono i diritti di ogni lavoratore e il pieno rilancio del nostro Ateneo, che non può più essere il frutto di semplici tagli lineari, nei quali fino ad ora hanno contribuito in modo pesante il solo ridimensionamento del personale e la diminuzione dei servizi degli studenti. Non è più accettabile che si porti avanti un progetto di risanamento tartassando e mordificando le aspettative di un intero personale e precarizzando ulteriormente i servizi agli studenti.

Per queste ragioni, chiediamo all’amministrazione un cambio di rotta,la riapertura del tavolo delle trattive sindacali, una gestione del personale con una visione organica e strutturata, una revisione delpiano spazi con dei termini chiari senza le continue dilazioni a cui abbiamo assistito negli ultimi tempi. Crediamo sia arrivato il momento di chiarire in che direzione vogliamo che vada il nostro Ateneo, di ricostruire un progetto coinvolgendo non solo i pochi a Lei più vicini ma tutti i componenti della nostra Comunità accademica, proprio perchè riteniamo non più accettabile l’imposizione di ulteriori sacrifici in nome della responsabilità senza che a questi seguano azioni di reale coinvolgimento e di condivisione di importanti obiettivi per la nostra Università, come quello del rilancio e della crescita.

Link Siena,

Sindacato Universitario

Fasciazione della mensa, non è finita: i diritti non sono un lusso!

Il nuovo sistema di tariffe per l’accesso alla mensa che prenderà l’avvio a partire dal 1° aprile èstata salutato come una misura di equità sociale dalla Regione Toscana e dall’Azienda del DSU.Come studenti e rappresentanza di soggetti politici universitari abbiamo criticato e critichiamo,con una vasta campagna di sensibilizzazione, l’obiettivo di questa misura: una differenziazionedelle tariffe di un servizio che non risolve il problema del definanziamento del sistema di dirittoallo studio e non tiene conto delle gravi novità introdotte dal nuovo decreto di riforma del DSU,che individua un forte aumento della tassa regionale. La Toscana costituisce un campo di lottaavanzato per sindacati e movimenti di universitari: la copertura del 100% delle borse di studio èuna realtà, a differenza di altre regioni. Proprio per questo, la misura della fasciazione dellamensa è totalmente ideologica: non c’è un gettito elevato e, nel merito della misura, siintroducono differenziazioni su cui bisognerà riflettere (gli studenti ERASMUS pagheranno tutti4 € e non potranno presentare una documentazione utile per avere riduzioni). La diminuzione di20 centesimi del costo del pasto per le fasce di reddito più deboli e l’aumento (il quarto in diecianni) del costo pasto per i redditi oltre i 75.000 € di ISEE, sbandierate come misure di equità, noncostituiscono un reale vantaggio, poiché producono un extra-gettito di soli 560.000 €. Risulta unafalsità, quindi, la questione della “necessità” della fasciazione per coprire i mancati fondinazionali per il DSU. Piuttosto, una diminuzione ulteriore degli afflussi a mensa, già caduti dicirca il 10% dopo l’aumento a 3 € del costo pasto nel 2011, rischia di non garantire la coperturadei costi fissi (manutenzione e personale, fra gli altri), contribuendo a peggiorare la qualità dellaristorazione. Il risultato sarebbe solo quello di una ulteriore perdita di fruitori della mensa che nontroverebbero alcuna convenienza in un servizio la cui qualità rimane standard, se non addiritturapeggiore, ed il prezzo aumenta.Con il pesante aggravio della tassa regionale, saranno gli studenti a sobbarcarsi l’onere di unsistema che dovrebbe garantire mobilità sociale e parità di trattamento.Forse sarebbe il caso di analizzare, come in un momento di crisi economica quale quella chestiamo vivendo, cosa voglia significare appunto il termine “equità” a cui noi vogliamo aggiungereanche la parola “sociale”. Le tre “super-fasce” tengono dentro classi di reddito estremamentediverse tra di loro, che a modo proprio vivono e sentono la crisi economica. Abbiamo semprefatto notare che uno studente di poco al di sopra del limite per accedere alla borsa di studio, alnetto delle spese per le tasse, per i servizi universitari, per la mensa e per gli affitti, può essereconsiderato, paradossalmente, più “povero” del borsista stesso. Ragioniamo di un sistema chegarantisca realmente questi soggetti deboli, al di là della forzatura ideologica costituita dallafasciazione del servizio.Sinistra Per… (Pisa) , Studenti di Sinistra (Firenze) e Link Siena, che hanno affrontato eaffrontano questo dibattito con senso di realtà e autentica capacità propositiva, lanciano per lunedì2 aprile una giornata di mobilitazione generalizzata e opposizione contro il sistema dellafasciazione. Reclamiamo e reclameremo, con le nostre analisi e le nostre proposte, cercando diallargare il campo dei soggetti interessati al dibattito, un sistema alternativo di diritto allo studio,in cui i maggiori introiti delle nostre tasse contribuiscano a migliorare la qualità delle politiche di DSU. Senza finalità meramente assistenzialistiche, ma con l’intento di garantire la parità di trattamento ai meno abbienti e una cittadinanza sostanziale per il soggetto in formazione. Non èche l’inizio, la lotta continua.

Link Siena - Sindacato Universitario

Appello per riunificare Scienze Politiche

Magnifico Rettore,

Noi rappresentanti degli studenti della Facoltà di Scienze Politiche vogliamo esprimerLe ancora una volta le nostre forti preoccupazioni circa le sorti della nostra Facoltà.

Come Lei ben sa, la dipartimentalizzazione voluta dalla legge Gelmini del 2010, che in altre Facoltà sta avendo esiti molto più tranquilli e ragionevoli, a Scienze Politiche ha assunto toni aspri e conflittuali, tale da determinare un evidente ed insanabile frattura tra una parte di Docenti che ha ritenuto, legittimamente, di lavorare ad un progetto alternativo che riunisse le Scienze Sociali, ed un altra, decisamente più ampia, che ha ritenuto di costituire un Dipartimento di impronta altamente tradizionale, Storico-Giuridico.

Il nostro ruolo, è stato improntato all’insegna del massimo dialogo, cercando attraverso colloqui informali con i singoli docenti, di ricucire tale strappo.

A nulla sono serviti i nostri sforzi, a nulla sono serviti gli incontri pubblici richiesti, talvolta con la nostra totale disponibilità ad ascoltare anche docenti provenienti da diverse esperienze di insegnamento al di fuori della nostra stessa Facoltà.

Ci ritroviamo, dunque, alla vigilia di un Senato Accademico, che tra enormi perplessità, riguardanti maggiormente la tenuta della Didattica, dovrà coraggiosamente prendere una posizione netta sui due progetti denominati Dispoc (Dipartimento di Scienze Politiche e Cognitive) e Dispsi (Dipartimento di Scienze Politiche, Sociali ed Internazionali).

Tale timore, ovvero sulla tenuta dei nostri Corsi di Studio, sono del resto stati evidenziati anche dalle posizioni di alcuni docenti, che hanno ritenuto necessario esprimere preoccupazioni su eventuali “svuotamenti che li priverebbero di essenziali materie che sono indispensabili” alla nostra Facoltà.

Non riteniamo, per questo motivo, una soluzione soddisfacente quella della contitolarità dei Corsi di Studio, ma saremo certamente, pur con eventuali riserve, pronti ad intraprendere un decisivo dialogo su questa materia, che porrebbe però fine alle nostre speranze di riunificazione.

Del resto come Lei ha già manifestato, vedesi la delibera del Senato Accademico del 14/12/2011, la presenza di due nomi uguali non può che destare ulteriori malumori ed evidenti confusioni.

La già poi difficile situazione in merito alle immatricolazione, che vedono la nostra facoltà posizionarsi all’ultimo posto per numeri di iscritti al primo anno, l’unica, se si fa eccezione rispetto al crollo di Lettere, a non essere riuscita ad incrementare i numeri degli anni precedenti, non può, tale situazione, che far crollare vertiginosamente nei prossimi anni i vari indicatori di qualità tanto cari al nostro Ateneo.

Proprio l’Ateneo, con il suo governo, deve oggi rispondere tempestivamente alla grave crisi della nostra Facoltà, la quale in questi anni ha pagato il grave disavanzo dei bilanci dell’Università, perdendo in termini di eccellenza, le materie di Lingue (vedesi controversa situazione dei CEL) e cancellando dalla propria offerta didattica Scienze dell’Amministrazione.

A questo quadro, evidentemente complesso, si aggiunge anche la spinosa questione dei numeri, si noti, infatti, come entrambi i Dipartimenti posseggano requisiti di sostenibilità ampiamente precari.

Se il compito dell’Università è quella di una futura razionalizzazione, solo così si può spiegare la campagna di prepensionamento, delle risorse, è evidente che tali numeri mettono a rischio la lungimiranza dei due progetti e la loro visione del futuro.

Abbiamo, del resto, fin qui voluto solo sottolineare le crepe dei due progetti, senza entrare nel merito dei rapporti interpersonali, che certamente sono parte attiva degli scontri che hanno reso i nostri Consigli di Facoltà, non più luoghi decisionali, ma di sconfortanti contrapposizioni ideologiche.

Riteniamo, alla fine della nostra missiva, doveroso prendere una posizione molto chiara sui due Dipartimenti.

Entrambi, Magnifico Rettore, portano con sé importanti ragionamenti, che non vogliamo in alcun modo escludere, essi, siamo certamente consapevoli, sono frutto di lavoro, di grandi analisi e anche, non lo dimentichiamo, di contrapposizioni positive, di due idee, seppur differenti, delle Scienze Politiche.

Questo, però, ci sentiamo di dirlo con forza, non escludono in alcun modo la possibilità stessa di essere parte di un progetto maggiormente integrante e certamente più ampio, proprio perché esse interpretano, con grande amore per i propri insegnamenti, quello che oggi sono effettivamente le Scienze Politiche: un insegnamento totale della realtà che ci circonda, da ogni punto di vista in cui essa viene analizzata e ricercata.

Una critica che ci è stata fortemente mossa in questi mesi è stata di una scarsa attenzione alla ricerca, questo non è in alcun modo attinente alla realtà, riteniamo che una buona didattica possa essere alla base di una buona ricerca, ma riteniamo di non dover scendere ad uno sconfortante aut aut, scommettendo in pieno che buona ricerca e buona didattica possano essere base di un buon Dipartimento unitario.

Per questo motivo, noi Rappresentanti degli Studenti, facciamo appello a Lei, Magnifico Rettore, affinché impedisca la costituzione dei due Dipartimenti, ed imponga un procedimento che abbia come finalità la formazione di un Dipartimento unitario a Scienze Politiche.

Cordialmente,

I Rappresentanti degli Studenti di Scienze Politiche

Vuoi aderire anche tu a questo appello? Scrivici: salviamoscienzepolitiche@gmail.com!

Alla libreria “La Zona”, via Provenzan Salvani 8, Gaetano Alessi presenta un’opera dedicata a  Vittoria Giunti, staffetta rossa e primo sindaco donna della Sicilia nel  comune di Santa Elisabetta (AG).  Interverranno inoltre: Libera Siena Arci Siena Modera: Andrea Casano, studente universitario!

Alla libreria “La Zona”, via Provenzan Salvani 8, Gaetano Alessi presenta un’opera dedicata a Vittoria Giunti, staffetta rossa e primo sindaco donna della Sicilia nel comune di Santa Elisabetta (AG).

Interverranno inoltre:
Libera Siena
Arci Siena

Modera: Andrea Casano, studente universitario!

Campagna di OBBEDIENZA CIVILE!

Applicare il referendum

Con la pubblicazione, in data 20 luglio 2011, del Decreto del Presidente della Repubblica n. 116 è stata

sancita ufficialmente la vittoria referendaria e l’abrogazione della norma che consentiva ai gestori di

caricare sulle nostre bollette anche la componente della “remunerazione del capitale investito”.

Se non saranno le istituzioni a far rispettare l’esito del referendum, saranno le cittadine e i cittadini

a farlo.

Per questo lanciamo la campagna di obbedienza civile: ovvero il rispetto della volontà popolare eliminando

il profitto dalle bollette.

Perchè una campagna di “obbedienza civile”

La “remunerazione del capitale investito”, che ricordiamo, è pari al 7% della sommatoria degli

investimenti effettuati nel periodo di affidamento al netto degli ammortamenti, nella generalità dei

casi, incide sulle nostre bollette per una percentuale che oscilla, a seconda del gestore, fra il 10% e

il 20%.

Il referendum era stato proposto per far valere un principio chiaro: nella gestione dell’acqua non si

devono fare profitti! E la risposta dei cittadini (95,8% a favore della cancellazione del profitto) non

lascia alcun dubbio sull’opinione, praticamente unanime, del popolo italiano.

Oggi, a distanza di alcuni mesi, risulta che, in tutto il territorio nazionale, nessun gestore abbia

applicato la normativa, in vigore dal 21 luglio 2011, diminuendo le tariffe del servizio idrico. In

altre parole tutti i gestori del servizio idrico italiano hanno ignorato con pretestuose argomentazioni

l’esito referendario.

Questo non può essere accettato!

Perciò chiediamo a tutti i cittadini italiani utenti del servizio idrico di aderire alla campagna di “obbedienza

civile”

In cosa consiste la campagna di “obbedienza civile”

La campagna di “obbedienza civile” consiste nel pagare le bollette, relative ai periodi successivi

al 21 luglio 2011, applicando una riduzione pari alla componente della “remunerazione del

capitale investito”.

E’ stata chiamata di “obbedienza civile” perché non si tratta di “disubbidire” ad una legge ingiusta,

ma di “obbedire” alle leggi in vigore, così come modificate dagli esiti referendari.

Lo scopo principale della campagna di “obbedienza civile” è ovvio:

ottenere l’applicazione del risultato che è inequivocabilmente scaturito dai referendum.

Con la mobilitazione attiva di centinaia di migliaia di cittadini ci proponiamo di attivare una forma

diretta di democrazia dal basso, auto-organizzata, consapevole e indisponibile a piegare la testa ai

diktat dei poteri forti di turno.

Ci proponiamo anche di dare una risposta all’evidente crisi della democrazia rappresentativa

dei partiti, ormai diventata impermeabile non solo alle istanze della società, ma persino ai

formali esiti delle consultazioni codificate nella nostra Carta Costituzionale, come appunto i

referendum abrogativi.

Dal 1 Gennaio 2012 parte in tutta Italia la campagna di “obbedienza civile”.

Unisciti anche tu!

Fuori l’acqua dal mercato fuori i profitti dall’acqua

[Appello] Giù le mani dall’Acqua e dalla democrazia

Il 12 e 13 giugno scorsi 26 milioni di donne e uomini hanno votato per l’affermazione dell’acqua come bene comune e diritto umano universale e per la sua gestione partecipativa e senza logiche di profitto.

 Le stesse persone hanno votato anche la difesa dei servizi pubblici locali dalle strategie di privatizzazione: una grande e diffusa partecipazione popolare, che si è espressa in ogni territorio, dimostrando la grande vitalità democratica di una società in movimento e la capacità di attivare un nuovo rapporto tra cittadini e Stato attraverso la politica.

 Il voto ha posto il nuovo linguaggio dei beni comuni e della partecipazione democratica come base fondamentale di un possibile nuovo modello sociale capace di rispondere alle drammatiche contraddizioni di una crisi economico-finanziaria sociale ed ecologica senza precedenti.

 A questa straordinaria esperienza di democrazia il precedente Governo Berlusconi ha risposto con un attacco diretto al voto referendario, riproponendo le stesse norme abrogate con l’esclusione solo formale del servizio idrico integrato.

 Adesso, utilizzando come espediente la precipitazione della crisi economico-finanziaria e del debito, il Governo guidato da Mario Monti si appresta a replicare ed approfondire tale attacco attraverso un decreto quadro sulle strategie di liberalizzazione che vuole intervenire direttamente anche sull’acqua, forse addirittura in parallelo ad un analogo provvedimento a livello di Unione Europea che segua la falsariga di quanto venne proposto anni addietro con la direttiva Bolkestein. In questo modo si vuole mettere all’angolo l’espressione democratica della maggioranza assoluta del popolo italiano, schiacciare ogni voce critica rispetto alla egemonia delle leggi di mercato ed evitare che il “contagio” si estenda fuori Italia.

Noi non ci stiamo.

L’acqua non è una merce, ma un bene comune che appartiene a tutti gli esseri viventi e a nessuno in maniera esclusiva, e tanto meno può essere affidata in gestione al mercato.

 

I beni comuni sono l’humus del legame sociale fra le persone e non merci per la speculazione finanziaria.

Ma sorge, a questo punto, una enorme e fondamentale questione che riguarda la democrazia: nessuna “esigenza” di qualsivoglia mercato può impunemente violare l’esito di una consultazione democratica, garantita dalla Costituzione, nella quale si è espressa senza equivoci la maggioranza assoluta del popolo italiano.

Chiediamo con determinazione al Governo Monti di interrompere da subito la strada intrapresa.

Chiediamo a tutti i partiti, a tutte le forze sociali e sindacali di prendere immediata posizione per il rispetto del voto democratico del popolo italiano.

Chiediamo alle donne e agli uomini di questo paese di sottoscrivere questo appello e di prepararsi alla mobilitazione per la difesa del voto referendario.

Oggi più che mai, si scrive acqua e si legge democrazia.

Firma l’appello:

http://www.acquabenecomune.org/raccoltafirme/index.php?option=com_petitions&view=petition&id=181&Itemid=111


Diritto agli spazi e cittadinanza studentesca. Vincere si può. E si deve

La Sala Ros(s)a OccupataQuella che segue è la cronaca di una battaglia vinta, a Siena, in una città ostica e fredda, da un movimento studentesco capace di uscire dai suoi limiti e dai suoi confini, capace di lottare per un interesse comune più grande del suo piccolo mondo privilegiato. È una storia ambientata nella vecchia chiesa della Sala Rosa, utilizzata da poco più di un anno come luogo di studio per gli studenti e non solo.

Proprio un anno fa, con un accordo tra Provincia, Università degli Studi e Fondazione Monte dei Paschi, venivano assunti dieci dipendenti con contratto a scadenza annuale, per portare a termine un progetto culturale che avrebbe dovuto avere luogo nella Chiesa dei Fisiocritici, denominata Sala Rosa. Il progetto prevedeva mostre e concerti, oltre che l’utilizzo a sala da lettura per gli studenti e la cittadinanza in generale.
Durante la prima metà di Novembre, la situazione della Sala precipita. Gli effetti della maledetta crisi finanziaria ci raggiungono. Il baratro in cui l’ateneo senese si è cacciato con anni di pratiche opache, sporche e clientelari e il disinteresse generalizzato portano al licenziamento di fatto di metà dei dipendenti.
Il tutto passa sotto silenzio, ma la tensione è alta e gli studenti sentono più di altri il disagio di un orario ridimensionato e di uno spazio da cui si viene di fatto sfrattati.
La situazione è incandescente, la miccia pronta ad accendersi. Gli studenti decidono di prendere in mano la situazione e al termine della Manifestazione per la giornata Internazionale per il Diritto allo Studio, il 17 novembre, occupano la Sala e la tengono aperta fino alle ore 23 (orario previsto fino alla scadenza degli ultimi contratti), pretendendo chiarimenti ed una presa di posizione da parte dei sindacati.
Parte così una sarabanda di incontri, con le autorità universitarie, dove queste ultime sostanzialmente prendono e perdono tempo; qualche frase di vicinanza e l’incoraggiamento a togliersi dalle scatole e a proseguire la battaglia altrove.
Le frasi sono sempre le stesse, quelle che si e ci ripetono ossessivamente, come un mantra, e che informano ormai la totalità del lessico politco dominante odierno: “è la crisi, non possiamo fare diversamente, con la situazione dei mercati, sono i tempi che ce lo impongono”.
Gli studenti mettono in campo tematiche complesse, come i trasporti, un problema evidente, sentito non soltanto da chi studia nei poli distaccati ma anche da un’ampia fetta di popolazione, quella che lavora in periferia o usufruisce dell’Ospedale; come la questione affitti, che con l’aumento delle iscrizioni universitarie di quest’anno sono magicamente lievitati (anche questa è speculazione, e delle più infami), fino a temi di cittadinanza studentesca più stretta, come gli spazi e i luoghi di ritrovo e di socialità. Le risposte sono semplici, blande, qualunquiste e generiche, come solo certa cattiva politica sa fare.
L’Università allora tira fuori l’asso dalla manica e propone la carta a sorpresa de “i servizi gestiteveli da voi”. Una soluzione alla crisi abbastanza fai da te. Volete più spazi? Teneteli aperti voi. La morale della favola è questa: per aprire gli spazi servono i soldi. I soldi non ci sono e serve qualcuno che, in cambio di poche briciole, garantisca i servizi e gli spazi. Salviamo capra e cavoli, i lavoratori non si possono assumere, ecco che la soluzione è nella costituzione di cooperative studentesche. Un bel modo per mettere gli studenti contro i lavoratori. Il più antico e classico metodo del divide et impera.
I giorni passano, l’incontro con il Sindaco salta, gli universitari fanno appello di nuovo ai sindacati, ma tutto tace, e ancora oggi resta da capire il perché. Non è più il momento di farsi dettare l’agenda dai tempi imposti dalla politica. Da questo momento l’agenda la impongono studenti e lavoratori.
Il 6 dicembre, nonostante qualche finta soluzione proposta dall’Università che non toglie la sensazione di presa in giro, il movimento decide di occupare definitivamente gli spazi della Sala Rosa, prontamente ribattezzata Sala Ros(s)a. Iniziano i cinque giorni più lunghi, cinque giorni in cui 24 ore su 24 si fa cultura, dibattito, lotta politica ed elaborazione. Ma sono anche cinque giorni in qui uno spazio viene liberato e restituito alla città, aperto e socializzato. Contemporaneamente, iniziano gli incontri con il primo cittadino, poi le promesse e l’appuntamento del tavolo inter-istituzionale, che avviene subito dopo.
I temi sono chiari. I risultati ottenuti anche: spazi da riconquistare in tempo di crisi, estensione dell’utilizzo e delle funzioni della Biblioteca Comunale, adeguamento ed appropriazione dello spazio del Santa Maria della Scala come luogo di studio e di confronto, reperimento di fondi da parte della Provincia per un bando per tenere aperta la Sala Rosa o uno spazio più grande. Sul tema trasporti l’opportunità di aprire un tavolo di discussione con la Toscana Mobilità. Una sterzata importante in campo di Cittadinanza Studentesca, come non era mai successo. L’otto dicembre è la giornata più importante per testare anche il favore degli studenti e della città. La Sala, che dopo le enormi concessioni ottenute doveva essere disoccupata, viene tenuta aperta anche nel giorno di festa per tentare una prova di forza e mostrare la sua reale importanza e la sua natura di luogo di interesse sociale e culturale. Proprio in quella giornata il libro di rilevazioni statistiche, molto spesso utilizzato come arma di ricatto per chiudere gli spazi ritenuti poco trafficati dagli studenti e quindi, paradossalmente, tagliabili, registra una presenza media di più di centocinquanta persone, per uno spazio deputato a raccoglierne appena ottanta. A dimostrazione che gli spazi riconquistati sono più belli da frequentare, sono un posto migliore dove passare il proprio tempo, dove condividere e dove fare cultura.
Quello che resta è una battaglia vinta e dei risultati da monitorare passo per passo, secondo per secondo. Una battaglia vinta nonostante il tentativo di imporre al movimento una solitudine forzata, con l’apparente disinteresse di chi dovrebbe, almeno formalmente, essere deputato a difendere i diritti dei lavoratori, cui si aggiunge il totale oblio sui mezzi di disinfomazione cittadini, impegnati nel gossip e nello shopping prenatalizio. Un tentativo fallito miseramente, grazie all’enorme mobilitazione di studenti e lavoratori, che ancora una volta mettono in fuga la solitudine per riappropriarsi di una socialità diversa, pulita e partecipata. Resta anche un principio guida fondamentale: il posto di lavoro di dieci dipendenti è importante tanto quanto la disponibilità di una sala studio. Il diritto al lavoro è di pari d’importanza del diritto ad accedere alla cultura e del diritto allo studio. Sono diritti che si tutelano insieme, non uno in contrapposizione all’altro. Sono diritti che non si contrattano al ribasso e non si tutelano accettando briciole di concessioni alle spese di chi lavora, da precario, e non è tutelato né garantito.
Resta soprattutto un’enorme prova di maturità del movimento, che dopo anni e anni di nobilissime battaglie di retroguardia e di resistenza, riesce a passare all’offensiva, spostando la propria attenzione da cosa è concretamente in pericolo qui e ora in favore di cosa è giusto e necessario. E non c’è crisi che tenga. Non l’abbiamo generata noi, non la pagheremo noi. E non è uno slogan, è pratica politica.

da http://ilcorsaro.info/